martedì 8 luglio 2008

NON VALE

Nel corso del decennio di crescita che mi ha portato dagli 8 ai 18 anni ero animata da un forte senso di giustizia che spesso accecava le mie reazioni e pietrificava chi assisteva alle mie colorite rimostranze.

Non c’era nulla che mi accendesse di più degli episodi di ingiustizia e quando avvertivo di aver subito un torto, o se le vittime di presunte prepotenze erano quelle persone a me care, sentivo ribollire le viscere e un soffocante nodo alla gola si impossessava di me.

Poco prima di cedere all’imperiosità di grosse lacrime nervose, appena sopra il mio zigomo sinistro si manifestava una chiazza rossa (e succede ancora oggi, quando sono triste) e due parole mi rubavano il fiato: “non vale!”.

Pura casualità il fatto che quest’espressione consista, curiosamente, nella negazione, letteralmente parlando, di me stessa: Valentina (detta per molti, ma assolutamente non per tutti, come tutte le innumerevoli Valentine e Valerie che spopolarono fra i neonati degli anni ’80, banalmente “Vale”). Come nelle lezioni di logica, “non vale” equivale a “⌐ q”, il disconoscimento del mio abbreviativo.

“Non vale”. Lo ripetevo fino allo sfinimento, mio e degli altri. A voce alta ma anche come un mantra interno che vocalizzavo intimamente. Erano le due parole che sole riuscivano, pian piano, a farmi sentire in qualche modo risarcita del torto che credevo si fosse abbattuto sul mio giovane desiderio di lealtà, anch’esso inquinato dall’inevitabile soggettività ma non certo privo di buona fede.

“Non vale”. “Non vale”. “Non vale!!!”. Un’incredibile potenza di sintesi. Magari incapace di mutare la situazione in senso pratico o di far ravvedere l’ipotetico esecutore del gesto sleale ma certo catartico per mitigare la rabbia momentanea che si impara a controllare, purtroppo in modo non definitivo, soltanto con la maturità. Perché “non vale” racchiude un elemento di individuazione fondamentale per cominciare l’auto conoscenza; dà un nome e un cognome precisi a quello stato d’animo in bilico tra rabbia lucida (ammesso che tale condizione esista) e desiderio di rivalsa.

“Non vale” urlato a squarcia gola pompa all’istante cuore, testa, muscoli, permettendo di voltarsi e sparire da una precisa collocazione temporale.

Non voglio suggerire che sia un atteggiamento utile o, meno ancora, costruttivo per il delinearsi di future strategie emozionali di gestione delle dinamiche relazionali ma la vita, non si può nascondere, è fatta soprattutto di parole e, meno importante, del loro significato. L’umanità, sottraendosi forse alla volontà divina, avrà sconvolto il significato del cosmo inventando un linguaggio per dare un nome a tutte le cose (manifeste e non), ma credo che la salvezza sia proprio nelle parole.

È un prestito eterno quello che ci regala le parole. Esistono da prima di noi ma siamo stati non a inventarle. Sopravviveranno a noi ma le nostre parole non saranno spese invano. Ci si innamora ogni giorno delle parole. Forse basta scriverlo su un pezzo di carta “non vale” adesso che l’età non permette più pubbliche manifestazioni di delusione e tradimento e può aiutare a placare quella rabbia straniera che ci ruba la serenità.

Sono tanti i “non vale” che mi hanno accompagnato; alcuni non appartengono alla mia diretta esperienza, certi li appoggerò per sempre e altri non più ma sono un pezzo significativo di quello che io intendo come “buon senso”:

NON VALE che, nell’afa di uno spaccio alimentare di un villaggio vacanze sardo, stizzite donne in carriera milanesi ti passino volutamente davanti al banco del fresco perché sei soltanto una bambina che stringe in mano una lista di affettati con la calligrafia materna;

NON VALE essere il membro del trio che accetta di sfidare a tennis il vincente del primo match per poi scoprire che l’ora di prenotazione del campo scade prima che si possa giocare la seconda partita;

NON VALE dover assistere al simposio delle compagne di classe sul toto travestimenti per la festa in maschera dell’anno alla quale i tuoi genitori non ti permettono di andare;

NON VALE che tua madre confessi con leggerezza a tutti i vicini d’ombrellone che sei l’unica bambina non in acqua perché, a nove anni, hai il tuo primo ciclo e tu, paonazza in viso, vorresti sprofondare nella sabbia piuttosto che ricambiare gli sguardi complici delle amiche di famiglia;

NON VALE che una persona non gradita ti perseguiti lasciando ovunque tracce di sé, rubandoti la tua serenità di teenager, e venga comunque compatito da chi ti circonda e non sa immedesimarsi in te;

NON VALE tifare Francia in una partita di Europei (Italia – Francia) vista su di una terrazza di Laigueglia e poi sfilare per il caruggio celebrando le prodezze di Zinedine Zidane in faccia ai delusi tifosi autoctoni seduti nei déhors estivi;

NON VALE proporre a una tavolata eterogenea di dividere il conto alla “romana” quando ci sono commensali che hanno consumato litri di pregiato rosso piemontese, tartufi e bavaresi e altri che hanno ordinato solo il primo del giorno in offerta e una coca-cola;

NON VALE che quattro scatoloni con dentro buona parte della tua vita “materiale” (vestiti, scarpe, appunti, libri, film, cd…) scompaiano nel nulla perché, al confine inglese, sono stati probabilmente smistati con un carico di panettoni provenienti anch’essi dall’Italia;

NON VALE dover tener chiusi nel recinto, tutto il giorno, i tuoi cani innocui perché una conoscente montata dei tuoi genitori è terrorizzata da tutti gli animali con il pelo;

NON VALE dover sempre essere quella ad alzarsi, nel torpore estivo del dopo pranzo a cinque portate, per preparare, in contemporanea, due caffettiere da servire agli altri commensali già in letargo sui divani;

NON VALE lasciare una città lontana che ti ha guarito perché vinti dalla malinconia di “casa”;

NON VALE non saper rinunciare al proprio orgoglio e permettere che un amore vada a rotoli;

NON VALE bivaccare fuori dai locali del centro storico appoggiandosi senza remore alle auto di sconosciuti parcheggiate casualmente lì davanti;

NON VALE rubare dalle tombe i fiori che erano stati sistemati malinconicamente nell’acqua versata con quegli annaffiatoi pieni di dolore che girano nei cimiteri;

NON VALE dare per scontato che i giovani debbano votare tutti dalla stessa parte e sprecare battute con la presunzione di sapere cosa ognuno barra sulla propria scheda elettorale;

NON VALE lasciar entrare, senza riserve, la tua metà nel “tuo” mondo di abitudini e affetti e poi arrivare a sentirlo ormai estraneo senza di lui;

NON VALE imprestare i libri degli scrittori contemporanei con i quali hai condiviso pensieri cruciali e non rivedere mai più quelle pagine piene di tuoi appunti e sottolineature preziose;

NON VALE la maleducazione gratuita di certi uffici pubblici e di alcuni negozianti;

NON VALE non poter cambiare idea su una canzone, un libro, un film o una persona per paura di non sembrare retti nel giudizio;

NON VALE predicare bene sulle difficoltà dei giovani precari sottopagati e poi essere il primo datore di lavoro a razzolare male non rispettando i compensi stabiliti;

NON VALE far finta di non riconoscersi per strada e, anche se per un attimo il battito s’arresta, dar retta al disagio del passato;

NON VALE aver paura di volare e, puntualmente, ogni sera prima del volo, dopo aver rifiutato l’offerta del tuo coinquilino burlone di vedere Airport 1, 2 e 3, dover assistere al suo dettagliato racconto dell’atterraggio di emergenza;

NON VALE essere chiamati snob perché si pronunciano i termini inglesi in modo corretto;

NON VALE additare un’opera d’arte contemporanea e sentenziare che quel taglio sulla tela bianca avrebbe potuto farlo chiunque;

NON VALE etichettare tutta la prole che ha una famiglia agiata alle spalle;

NON VALE il razzismo ma neanche il razzismo al contrario;

NON VALE consegnare la tesi priva di introduzione (e quindi perdere punti preziosi) per evitare la penalità in caso di ritardo e poi scoprire che due compagni di corso l'hanno tranquillamente consegnata 24ore dopo il termine senza subire alcuna decurtazione;

NON VALE essere sempre avvolti dalla malinconia leopardiana durante le feste comandate e le domeniche immobili;

NON VALE centellinare bagnoschiuma e deodorante per poi mischiarsi con la quotidianità del prossimo senza alcun riguardo per la sua sensibilità olfattiva;

NON VALE mettersi al volante e considerarla un’attività da svolgere in parallelo ad altro;

NON VALE non amare le parole.
Valentina Malcotti©

2 commenti:

Elisa ha detto...

E' bello che dopo solo un anno di frequentazione io conosca i retroscena di alcuni dei tuoi "non vale"...

Anonimo ha detto...

"Non vale"strappare un cuore che susulta d'amore perchè considerati solo degli adolescenti.
"Non vale"piangere per una persona che non sapra mai quanto hai sofferto per lei.
"Non vale"Scoprirsi grandi e capire solo ora quanto tempo si è perso sognando ad occhi aperti, quando basta mettere il proprio io per poterli realizzare.